Auto elettriche: nomi bocciati da Audi a VW.

La strada verso l’elettrificazione dell’industria automobilistica è costellata di buone intenzioni, ma le nomenclature spesso risultano disastrose. Molte case automobilistiche, nel tentativo di innovare, si sono perse in labirinti di sigle strampalate, abbandonandole nel dimenticatoio.
Cosa rende così difficile trovare un nome convincente per un’auto elettrica? Potrebbe essere l’eccessiva o insufficiente creatività. Prendendo ad esempio Toyota, invece di puntare sull’iconico “Prius”, ha optato per etichette come “bZ4X”, dove “bZ” sta per “beyond zero”. Nobile intento, ma il nome ricorda più una password Wi-Fi che un’auto.
Anche Volkswagen ha vissuto momenti di confusione con la serie “ID”. Tra “ID.4” e “ID.Buzz”, sembra che ogni modello avesse la sua interpretazione di puntini e spazi. Recentemente, l’azienda ha deciso di tornare a nomi storici come “Golf” o “Polo”, adattandoli in chiave elettrica, anche se le designazioni ID resteranno.
Ripristinare nomi familiari evoca fiducia e nostalgia, emozioni che vendono più che mai. Mercedes ha scelto un approccio ibrido: il sottomarchio “EQ” per modelli elettrici è stato integrato nei nomi esistenti, trasformando la Classe G in “G580 con tecnologia EQ”. Pratico? Forse no. Memorabile? Neanche. Ma non è stato necessario rifare tutti i badge.
Per Audi, l’idea era di distinguere tra auto elettriche e a benzina usando numeri pari e dispari. Un sistema potenzialmente utile, se meno macchinoso. Alla fine, anche Audi ha reintrodotto il suffisso “E-Tron”, riportando un po’ d’ordine nel caos.
Infine, General Motors ha avuto il “Ultium”, un nome altisonante per una tecnologia di batterie. Pur evocativo, non ha mai colpito particolarmente i consumatori ed è stato accantonato per un approccio più semplice. Forse, anziché cercare di apparire ultramoderni, le case automobilistiche potrebbero riscoprire nomi che, per decenni, hanno definito il loro successo.



